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L’astronauta Jean-François Clervoy e gli UFO

Jean-François Clervoy è un astronauta francese, che però (contrariamente a noti ex-cosmonauti americani sensazionalisti) ha un approccio prudente, ma aperto nei confronti della questione UFO, o come dicono negli ambienti scientifici francesi PAN (Phénomène Aérospatial Non Identifié). Nell’edizione in lingua francese (non presente nella versione inglese) del libro scritto dalla giornalista Leslie Kean “UFOs, generals, pilots, and government officials go on the record” (titolo dell’edizione francese “OVNIs, des généraux, des pilotes et des officiels parlent“) appare una sua prefazione che introduce all’argomento in questione, auspicando una presa di posizione netta degli scienziati sul tema.

Eccola di seguito riproposta. Buona lettura:

Quando Stéphane Allix mi ha chiesto se avrei scritto la prefazione del libro di Leslie Kean, ero molto entusiasta perché come lei, sono stato spesso frustrato per non essermi potuto impegnare in una seria discussione sul tema degli UFO, spesso anche con dei colleghi che condividevano la mia passione per l’aria e lo spazio. Chiaramente, tra tutti i fenomeni aerospaziali non identificati (PAN come si dice ora, piuttosto che UFO) alcuni, dove la realtà di essi appare indiscutibile, sembrano controllati in modo intelligente e pertanto rimangono totalmente inspiegabili per le conoscenze della nostra civiltà attuale. Di cosa si tratta?

Ebbene, Leslie Kean spiega molto bene che noi non sappiamo nulla perché troppi ostacoli di vario genere non hanno permesso d’intraprendere i lavori di ricerca che potessero aiutare a cominciare a dare una spiegazione. L’ipotesi di una forma di intelligenza proveniente da altrove rappresenta quella più semplice in quanto essa non fa appello ad alcun ragionamento molto complicato che faccia immaginare una origine terrestre, ma è solo una delle ipotesi. È così scioccante e quindi indimostrabile (finora) che essa è facilmente criticata, ridicolizzata e talvolta anche disprezzata, come per far defluire rapidamente la questione. Solo un lavoro serio permetterebbe di avanzare verso possibili spiegazioni.

Mi sono interessato da molto giovane a ciò che passava sopra le nostre teste. Mio padre è stato un pilota di caccia dell’aeronautica militare francese. Avevo dieci anni quando lui volava su un Mirage IV, un caccia bombardiere fantastico che restava in aria per molto tempo grazie a dei rifornimenti in volo sopra le regioni polari. Quando gli domandai concretamente sul suo lavoro, non disse nulla, in quanto le sue missioni strategiche in aereo che trasportavano la bomba atomica erano segrete, ma mi raccontò facilmente la sua meraviglia davanti agli straordinari fenomeni celesti che costituiscono l’aurora boreale. Mi raccontò dei suoi voli attraverso questi drappi luminescenti multicolori che sventolavano come per magia. Nacque la mia passione per il cielo e lo spazio, amplificata qualche mese più tardi dai primi passi di un essere umano sulla luna.

Allo stesso modo, grazie all’osservazione attraverso mezzi sempre più sofisticati, gli astrofisici hanno scoperto regolarmente nell’universo distante, nuovi fenomeni astronomici, affascinanti e strani, che hanno spinto i ricercatori a sviluppare teorie sempre più avanzate per comprendere ciò che osservavano: i buchi neri, la materia oscura, l’energia oscura, per citare solo i più intriganti.

Più di recente, nei primi anni ’90 del secolo scorso, grazie a telecamere ad alta velocità che riprendono diverse migliaia di immagini al secondo, sono stati osservati per la prima volta dei getti giganti di luce, molto furtivi, ascendenti a un centinaio di chilometri al di sopra delle masse tempestose. Oggi, gli scienziati sono arrivati a proporre dei principi fisici alla base di questi fenomeni, ma come per le aurore boreali, siamo ancora lontani dal comprendere tutto sulle interazioni tra l’atmosfera e lo spazio.

Studiando la meccanica quantistica alla Scuola Politecnica ricevetti uno shock sui ​​limiti della Scienza. Sono cresciuto pensando che tutto potesse essere spiegato, essere messo tutto in equazione. Ma lì scoprii un settore della fisica dove l’insegnamento ci dimostra che, per natura, non possiamo mai sapere tutto. Per un evento in arrivo non possiamo conoscere che le possibilità di verificarsi, ma mai quella in cui si realizzerà. Ho capito che lo scienziato doveva rimanere umile davanti a quello che percepiva con i sensi, con i suoi strumenti, con la sua intelligenza permettere d’interpretare i risultati dell’osservazione. Lo scienziato austriaco Erwin Schrödinger, uno dei padri fondatori disse a proposito della meccanica quantistica: <<Non mi piace, e mi spiace di averci avuto a che fare>>. Troviamo così anche tra gli studiosi più dotti, questo istinto di respingere l’ignoto quando sembra totalmente irraggiungibile. Tuttavia, la ragione è in grado di dominare l’istinto ed ero convinto che con perseveranza la somma delle conoscenze potesse continuare a crescere inesorabilmente.

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Durante il mio primo volo spaziale, io pensai al cappellano dell’università con cui avevo parlato di vita extraterrestre durante il mio ultimo anno. <<No! Dio ha creato la vita solo sulla Terra ! >>, mi proclamò. Guardando attraverso l’oblò, vidi la Terra, la luna e il sole, e nient’altro… il buio totale. Ho pensato che potesse aver avuto ragione, perché sentivo che, a parte la nostra stella infuocata, nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno la vita potesse apparire lì, e con il nostro satellite all’apparenza totalmente desolato, c’era la nostra magnifica Terra colorata di vita e davvero niente altro, nulla a parte essa! Poi, seguendo il consiglio di un ex astronauta, quando la nostra astronave si voltò verso il sole e il nostro pianeta, spensi tutte le luci della cabina di comando, tutti gli schermi del computer, per ottenere una totale oscurità. Pochi minuti dopo, lo sfondo del cosmo divenne bianco di stelle, fisse, molto chiare, che non scintillavano. Subito pensai: <<No, non possiamo essere soli!>>. Sapevo, soprattutto grazie al telescopio spaziale Hubble, che avevo la possibilità di costeggiarle dalla mia terza missione spaziale, che il nostro universo visibile conteneva decine di migliaia di miliardi di miliardi di stelle. E parlo solo dell’universo visibile, che rappresenta solo una piccola parte di quello che noi sospettiamo esista al di là del visibile. È stato quando iniziai a dare delle pubbliche conferenze che la questione degli UFO cominciò ad incuriosirmi. Spesso mi veniva domandato: <<Credi negli UFO?>>, con una variante: <<Avete avuto degli incontri con gli UFO?>>. Vidi sin da subito l’amalgama ingannevole tra la questione dei dischi volanti e la questione della vita extraterrestre.

Questi due aspetti, a priori disgiunti, sono interessanti. Il primo sotto l’aspetto tecnico: <<Come possono dei mezzi di questa forma volare tranquillamente senza fare alcun rumore e con accelerazioni che sfidano ogni possibile spiegazione fisica?>>, e la seconda in termini filosofici e persino religiosi: <<siamo soli nell’universo?>> Da quando ciò è divenuto oggetto di lavori multidisciplinari avanzati attraverso la ricerca di esopianeti abitabili, con la strumentazione imbarcata a bordo delle nostre sonde interplanetarie, e attraverso la realizzazione di esperimenti affascinanti di astrobiologia a bordo della ISS (Stazione Spaziale Internazionale), il primo aspetto è stato ignorato. Perché? E nella speranza di trovare risposte, anche parziali, che io partecipo ai lavori di una commissione PAN recentemente creata all’interno della 3AF (Association Aéronautique et Astronautique de France) società scientifica francese, l’equivalente della AIAA (The American Institute of Aeronautics and Astronautics) americana. La domanda giusta dovrebbe essere: <<Che cosa sono questi PAN e da dove vengono?>>. Nessuna ipotesi può essere scartata, naturale o artificiale, terrestre o extraterrestre.

Sono assolutamente d’accordo con l’approccio di Leslie Kean che espone in dettaglio nella sua introduzione. Il suo libro estremamente ben documentato presenta i casi di PAN indiscutibili, ma analizza anche, insieme a degli specialisti, la psicologia umana che ha portato ai comportamenti, spesso osservati sull’argomento, delle autorità pubbliche, dei giornalisti e degli scienziati. È tempo di cercare, con mezzi adeguati, di comprendere ciò che sono questi oggetti o fenomeni apparentemente intelligenti che sorgono nel nostro cielo, dove la realtà è confermata da più fonti.

Non sappiamo quello che troveremo, ma l’ignoranza è assicurata se non facciamo nulla. Nel Ventunesimo secolo, gli scienziati sono pronti ad essere sorpresi da ciò che i loro strumenti e telescopi scopriranno lontano dalla Terra, gli astronauti sono pronti a partire, per lunghi periodi di tempo, per esplorare altri corpi celesti, i religiosi sono pronti ad accettare l’idea che la vita non può essere riservata esclusivamente al nostro pianeta, le mentalità sono dunque pronte ad evolversi per ascoltare un discorso più completo e trasparente sui PAN.

Grazie Leslie per questo rimarchevole lavoro di indagine che convincerà il maggior numero di persone dell’importanza di impegnarsi seriamente in questa ricerca della conoscenza che, alla fine, dovrà contribuire ad unire gli uomini piuttosto che a dividerli.

Concludo con il mio slogan sulla esplorazione: <<La gente ha paura dell’ignoto. Più esploriamo e scopriamo, meno si avrà paura>>.

Jean-François Clervoy (astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea, l’ESA)

Prefazione tratta dal libro (edizione francese) scritto da Leslie Kean dal titolo “OVNIs, des généraux, des pilotes et des officiels parlent” – Éditions Dervy, 2014)

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